sabato 27 febbraio 2016

Ricordando con rabbia

Corrado Bevilacqua

RICORDI, SOGNI, RIFLESSIONI

Fra qualche mese compirò settant'anni. Da dieci anni lotto giorno dopo giorno contro il Parkinson, ho fatto tre ischemie cerebrali e m'hanno asportato un cancro che mi ha lasciato sulla guancia una cicatrice degna di Scarface. Malgrado ciò, non mi è passata la voglia di vivere. Lo dissi anche al mio parroco il quale commentò sorridendo: "La vita è un dono di Dio".
Questo lo sapevo. Me lo insegnarono prima alla scuola di catechismo, poi in collegio. Il problema è che non credo in Dio, o, per essere più preciso, non credo nel Dio antropomorfo che ho sempre visto nelle chiese. Non credo nella Santissma Trinità; perciò, non credo nemmeno nella natura divina di Gesù. Per me, Gesù era un profeta ebreo (R. Calimani Gesù ebreo, Rusconi) che venne portato dagli stessi ebrei davanti a Ponzio Pilato perché essi sostenevano che Gesù aveva bestemmiato Dio quando si era dichiarato figlio di Dio.
Pilato, scrisse Giovanni, si volse verso Gesù e gli chiese: "Quid est veritas?". Gesù gli sorride e gli risponde: "Tu l'hai detto". A quel punto Pilato si rivolge ai capi degli ebrei e dice loro che, a suo modo di vedere, Gesù è innocente. I capi degli ebrei si strappano le vesti dalla rabbia. Pilato che è un politico e che è per sua natura uno scettico, decide di condannare Gesù alla flagellazione; una pena che era paragonabile ad una straziante pena di morte. Il nome flagellazione deriva da flagello che era lo strumento con il quale essa veniva impartita. Si trattava di un gatto a sette code che terminavano con degli ossicini i quali strappavano la carne dal corpo. I capi dell'ebraismo non si accontentarono però della flagellazione. Volevano Gesù morto. Volevano cancellare la sua predicazione anti-farisaica. Pilato, per togliersi di imbarazzo, decise di dare la parola al popolo ebraico e il popolo ebraico scelse Barabba. (E. Renan, Vita di Gesù, Dall'Oglio). Barabba non era un criminale comune, era un terrorista che apparteneva probabilmente alla setta ebraica degli assassini così chiamati perché usavano ubriacarsi di assenzio prima di compiere i loro attentati a colpi di pugnale (W. Lacqueur Terrorismo senza fine, Il corbaccio). Gesù, invece, apparteneva probabilmente alla setta degli Esseni, quelli dei rotoli del Mar Morto, per capirci. (I rotoli del Mar Morto, a cura di L. Moraldi, Utet). Gesù predicava la non - violenza. Per Gesù, come per Gandhi, tra mezzi e fini esisteva la medesima relazione esistente tra seme e albero. Se volevamo ottenere un albero a frutto non potevamo piantare una erbaccia (M. Gandhi Antiche come montagne, Comunità).
Allora io pensavo che la violenza fosse "la levatrice della storia"; che Fanon avesse ragione quando affemava che solo attraverso l'uso della violenza i popoli del Terzo Mondo potevano liberarsi del loro complesso di inferorità nei confronti dei loro colonizzatori e, in particolare, nei confronti delle donne bianche (F. Fanon I dannati della terra", Prefazione di J-P. Sartre, Einaudi); e pensavo che anche Malcom X avesse ragione quando definiva Martin Luther King un "negro da cortile" (MalcomX Autobiogafia, Einaudi). Per comprendere il giudizio negativo espresso da Malcom X nei confroni di Martin Luther King, dobbiamo ricordare che erano gli anni nei quali un negro poteva essere linciato per il più futile dei motivi; che Rosa Parks era passata alla storia per essersi seduta in un autobus di Menphis su uno dei sedili riservati ai bianchi e che nei ghetti negri degli USA correva la parola d'ordine "Brucia, ragazzo, brucia". Franz Fanon era uno psichiatra e aveva studiato l'effetto psicologico delle torture perpetrate dai francesi sulle sue vittime algerine (F. Fanon Il negro e l'altro,Il saggiatore). Franz Fanon era morto durante la guerra d'Algeria. La Jeep sulla quale egli viaggiava era saltata su una mina. Il regista cinematografico Gillo Pontecorvo, fratello del famoso fisico che era fuggito in Unione Sovietica, girò un film sulla "battaglia di Algeri" che venne attentamente studiato dai servizi di sicurezza americani al tempo della "war on Iraq", allorché quella che, secondo il vice di George W. Bush, Dick Cheney, doveva essere una "ice-cream walking", ovvero, una "passeggiata mangiando il gelato", si trasformò in un inferno di ferro e di fuoco che causò un numero incalcolabile di vittime civili e dilapidò una quantità enorme di dollari senza riuscire cavare il classico ragno dal buco (J. Stiglitz A Three Trilion Dollars War, Penguin).
Al tempo della guerra d'Algeria, la cantante francese più famosa era Edith Piaf. Le cronache dell'epoca raccontano che i parà francesi imbarcandosi sulle navi che li avrebbero portati a casa, cantavano in coro una famosa canzone della Piaf i cui versi facevano: "Rien/rien de rien/rien/ je ne regrette rien". ll suono nasale della parola franese rien (nulla, niente) imprimeva alla canzone una forza inaudita di suggestione. A porre fine alla guerra d'Algeria fu il gen. Charles De Gaulle. teorico militare autore di un manuale sull'utilizzo dei carri armati sul quale s'erano formati molti ufficiali tedeschi fra i quali il generale Guderian, il quale, come scrisse il più grande teorico militare britannico del XX secolo, Basil Liddle-Hart, per nostra fortuna, non venne ascoltato da Hitler. De Gaulle, dopo l'invasione tedesca della Francia, aveva costituito un governo francese in esilio. Finita la guerra, era stato accolto dai parigini che festeggiavano la liberazione della città, come il padre della nuova Francia. Portata a termine la sua missione di liberare la Francia, egli si ritirò nella sua residenza di campagna con la moglie e vi sarebbe rimasto per il resto della sua vita, se la crisi politica nella quale era precipitata la Francia a causa della guerra d'Algeria non l'avessero fatto ritornare alla politica. De Gaulle non era uno sciocco e si rese subito conto che l'unico modo di uscire dal pantano algerino era di riconoscere la sconfitta. Ciò provocò un tentativo di putsch da parte del comando francese in Algeria ed una serie di attentati contro lo stesso gen. De Gaulle.
La Francia, grazie a De Gaulle, riuscì a salvare capre e cavoli. Non dobbiamo dimenticare che, prima della sconfitta in Algeria, la Francia aveva subito un'altra sconfitta, non meno grave per l'orgoglio politico dei nipoti di Re Sole. Mi riferisco alla umiliante sconfitta nella guerra in Indocina ad opera di quello stesso Giap che vent'anni dopo sconfisse anche gli americani costringendoli ad una umiliante fuga dai tetti dell'ambasciata USA a Saigon. Intervistato da Ettore Mo del Corsera poco prima di morire, Giap disse che il generale Westmorleand, comandante del corpo di spedizione americano, era uno degli uomini più intelligenti che egli avesse conosciuto. Il motivo della sua sconfitta era da individuarsi nel fatto che egli non aveva capito il Vietnam. Un valente orientalista francese, Jean Chesneaux, pubblicò nel 1967 un saggio che diventò un best seller a livello mondiale il cui titolo recitava: Perché il Vietnam resiste. (Einaudi). Credo che una migliore conoscenza dei propri avversari avrebbe fatto risparmiare agli Usa le vite di molti giovani americani e avrebbe consentito a Johnson di vincere le elezioni presidenziali del 1968 risparmiando al GOP la figuraccia del Watergate. Senza Watergae non sarebbe comparsa la nuova stella del giornalismo americano, Bob Woodward, il quale, giunto all'età della pensione raccontò finalmente la verità su "Gola profonda", il quale era un funzionario della CIA che Bob Woodward aveva conosciuto durante il servizio militare da lui prestato come guardiamarina. Insomma, per dirla tutta, lo scandalo del Watergate fu una messa in scena della CIA per far fuori Nixon e quello che passò alla storia come il caso più famoso del cosiddetto "giornalismo investigativo americano" non fu altro che una "bufala" del quotidiano della capitale degli USA, The Washington Post.
Per amore della verità non si può parlare di Bob Woodward senza ricordare che egli fu sempre a servizio del potere e che solo di fronte alla disfatta americana in Iraq, si decise a dire la verità sulla guerra, su chi l'aveva voluta e sugli errori che erano stati compiuti dal Pentagono nel condurla (B. Woodward State of Denial, Simon & Schuster). Diversamente, però, da Peter W. Galbraith, figlio del famoso economista liberal John Kenneth, il quale nel libro The End of Iraq analizza citando le proprie fonti, il modo in cui gli USA avevano distrutto il paese che volevano liberare, Woodward nel suo libro non cita alcuna delle fonti delle sue informazioni come se fosse ancora al servizio di "Gola profonda" e di coloro che inscenarono lo scandalo del Watergate. Di ben altra natura fu il caso di Daniel Ellsberg il quale fotocopiò migliaia di pagine di documenti segreti del Pentagono che egli poi passò a The New York Times. (The New York Times I documenti segreti del Pentagono sulla guerra in Vietnam, Garzanti). Al processo intentatogli dal governo americano, il tribunale affidò la perizia sui documenti allo storico radicale Howard Zinn che raccontò nella sua deposizione la vera storia della guerra in Vietnam così come emerge dai documenti del Pentagono (H. Zinn Deposizione al processo Ellsberg, in id Disobbedienza e democrazia, Il saggiatore). Alla luce del racconto di Zinn sulle origini della guerra in Vietnam ricostruite sulla base dei documenti segreti del Pentagono e del racconto di Galbraith sul modo in cui gli Usa hanno gestito il dopoguerra in Iraq, non possiamo non porci una domanda: "In che mani siamo?
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La guerra fredda, come spiegò Enzo Traverso (E. Traverso A ferro e fuoco, Il mulino) fu una guerra essenzialmente ideologica che fu combattuta anche sul fronte cinematografico sia con film di pretta propaganda politica, come i classici film di guerra nei quali era facile prendersela con i nazisti, sia con film nei quali venivano esaltati i "valori americani" commuovendo il pubblico come L'amore è una cosa meravigliosa con un affascinante William Holden e un'adorabile Jennifer Jones.
Il genere cinematografico più sfruttato a fini propagandistici dagli USA fu tuttavia il genere western. L'elenco dei film western che sono entrati nella memoria collettiva è più lungo dell'elenco delle donne sedotte da don Giovanni: da Ombre rosse a Mezzogiorno di fuoco, da Sfida infernale a I magnifici sette, da L'ultima a notte a Warlock a Chi uccise Liberty Valance, da Nascita di una nazione a Là dove scende il fiume, da L'ultimo degli apache a Fort Apache, da Uomini a cavallo a Cavalcarono insieme, da Rio Bravo a Un dollaro d'onore...
L'URSS rispondeva con il cinema del disgelo e, in particolare con dei capolavori, come La ballata del soldato, Quando volano le cicogne, L'infanzia di Ivan di Tarkowskij. La Francia combatté la "guerra civile europea" con film che sono entrati nella storia del cinema come La grande illusione, Giustizia è fatta, La verità, Dio creò la donna, Soffio al cuore, Vite vendute, Ascensore per il patibolo.... La Francia ebbe inoltre la fortuna di imbattersi in attori che "bucavano" lo schermo e, soprattutto, di aver dato i natali alla più affascinante e alla più provocante di tutte le dive di sempre: BB. Come dimenticare la scena dell'incontro di BB con Kurd Jurgens in Dio creò la donna?

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Nel frattempo in Cina era scoppiata a Rivoluzione culturale lanciata da Mao con il suo famoso discorso intitolato: Bombardate il quartier generale. Il CEO della Rivoluzione culturale Lin Biao aveva elaborato una teoria che si basava sulla divisione del mondo tra le città (i paesi capitalistici avanzati) e le campagne (i paesi del Terzo mondo). La Rivoluzione culturale causò la fine del maoismo. Essa produsse infatti una situazione caotica che a sua volta generò una reazione che riportò al potere Deng Xiaobing, il quale lanciò la Cina sulla via che l'avrebbe portata a instaurare una forma affatto nuova di capitalismo. In Cina, per un (E. Sarzi Amadè Due linee nell'economia cinese, Angeli). Queste due linee avevano dei loro sostenitori anche nel nostro paese.
Io non capivo una cosa del genere. Pensavo che Togliatti avesse ragione quando parlava di unità nella diversità. Togliatti aveva studiato all' università di Torino quando Benedetto Croce era in piena attività e nn mi stupiva che l'unità dei distinti tenesse banco anche in politica. Ciò che mi stupiva era che ci si potesse dividere sulla Cina. Pechino non era Praga. A Praga i carri armati sovietici avevano posto fine ad un tentativo di riforma in senso democratico del socialismo imposto dai sovietici con colpo di stato che aveva portato all'abbattimento di u governo legittimamente eletto e alla de-fenestrazione del suo capo.

Io non ero mai stato un "maoista", tuttavia avevo sempre considerato Mao un marxista. Lo dimostravano i suoi scritti teorici. "La conoscenza, aveva scritto Mao nel suo saggio sulla prassi, comincia con la pratica" (Mao tse-dung Opere scelte, vol. I, a cura del PCC, Pechino, Edizioni in lingue estere).
Sembrava di leggere le Tesi su Feuerbach di Marx. Come accadde a molti leaders politici, una volta giunto al potere, Mao perse il lume della ragione e commise un errore dietro l'altro: il grande balzo in avanti del 1958, la campagna per la creazione delle comuni ... (Alta marea nelle campagne cinesi, a cura di Lisa Foa, Feltrinelli). Immutata era rimasta per contro la sua abilità di propagandista. Penso ai titoli di certi suoi articoli: Una scintilla può incendiare la prateria. Camminare con due gambe, Com Yukun spostò le montagne... (E. Collotti Pischel Le origini culturali della rivoluzione cinese, Einaudi; id. La rivoluzione cinese, Editori Riuniti. E. Masi Lettura delle posizioni cinesi, Einaudi; id. La rivoluzione cinese, Laterza).
In realtà, si seppe sempre molto poco di quello che accadeva in Cina. Ciò permise a molti intellettuali di sinistra di difendere la Rivoluzione culturale in nome della difesa del socialismo. Una cosa analoga era accaduta in Unione sovietica al tempo di Stalin.

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La rivoluzione bolscevica venne definita i cari modi. Il giovane Gramsci, in un articolo su Ordine nuovo definì la rivoluzione bolscevica "Una rivoluzione contro Il capitale", cioè, una rivoluzione contro le previsioni di Marx che non aveva mai creduto possibile una rivoluzione socialista in un paese arretrato (H. Carrére d'Encausse, J. Stuart Schramm Marx, Engels e la rivoluzione nei paesi arretrati, Il saggiatore). Leone Trockcij la definì, una "rivoluzione tradita". Isaac Deutscher la definì "incompiuta". Nel campo dell'arte, nel campo della musica le opere incompiute sono spesso dei capolavori. Pensiamo alla Incompiuta di Schubert, alla Pietà Rondanini di Michelangelo. Ciò non vale nel campo della politica. Più in generale potremmo dire che in Russia non c'erano le condizioni oggettive e soggettive della rivoluzione socialista.
Lenin era cosciente di questo fatto e aveva inventato una teoria seconda la quale la coscienza di classe doveva essere portata al proletariato dall'esterno. Ad essa, Lenin aveva abbinato la teoria del partito come avanguardia formata da rivoluzionari di professione (V. Lenin Che fsare? in id Opere scelte, v. 1, Editori Riuniti). Per essere chiari, la teoria di Lenin non aveva niente a che fare con la teoria di Marx. (G.M Bravo Marx e la Prima internazionale, Laterza). Per Marx la rivoluzione era il punto di arrivo di un processo storico che attraverso lo sviluppo delle forze produttive e culturali aveva creato le condizioni per il "superamento" della società borghese e l'instaurazione di nuovi rapporti sociali (K. Marx Prefazione a Per la critica della economia politica, Editori Riuniti).
Ciò che propugnava Lenin era una rivoluzione dall'alto in nome di quella che sarà poi chiamata "autonomia del politico". Stalin non ci mise nulla di suo dal punto di vista teorico. Teoricamente lo stalinismo ebbe il suo fondamento teorico nel leninismo. Stalin ci mise la sua malvagità.
E' difficile credere, come mi disse una volta Vittorio Foa, che Togliatti non fosse a conoscenza dei crimini di Stalin ed è pure difficile credere che i comunisti italiani non sapessero che la pianificazione sovietica non funzionava e che gli alti tassi di crescita della economia sovietica non riflettevano la realtà di un'economia che aveva degli spaventosi buchi neri dovuti dalle scelte del PCUS che miravano a fare dell'URSS una grande potenza militare. Ciò aveva sempre penalizzato il settore dei beni di consumo e l'agricoltura.
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Negli Anni Venti, in Unione sovietica c'era stato un acceso dibattito sull'industrializzazione (N. Spulber, a cura di, Il dibattito sovietico sulla industrializzazione, Einaudi; A. Erlich Il dibattito sulla industrializzazione in Unione sovietica, Laterza). Il dibattito era complesso e verteva i settori che andavano sviluppati per primi. Secondo Evgenij Preobrazensky, i settori che andavano sviluppati per primi erano quelli dell'industria pesante e per poter fare una cosa del genere occorreva trarre risorse dalla agricoltura (E. Prebrazenskij La nuova economia, Jaca book).
Affatto diversa era la posizione di Bucharin. Per Bucharin, la parola d'ordine da rivolgere ai contadini era "Arricchitevi". Solo una agricoltura sviluppata avrebbe potuto fornire alle città i prodotti di consumo richiesti e chiudere così la "crisi delle fobici" tra prezzi agricoli in salita e prezzi industriali in discesa. (N. Bucharin, E. Preobrazenskij L'accumulazione originaria socialista" a cura d L. Foa, Editori Riuniti). Alla fine, vinsero gli "industrializzatori ad oltranza" come Kujbiscev (V. Kujbiscev Scritti e discorsi sulla pianificazione, Feltrinelli), i sostenitori dei cosiddetti "piani tesi" (S. Strumilin L'economia sovietica, Editori Riuniti), i quali non tenevano conto del monito di Nicolai Ivanovic Bucharin, il quale in un articolo del 1927 affermò che non si può costruire con i mattoni del futuro (N. I. Bucharin Note di un economista all'inizio dell'anno economico, in Spulber cit.).
Il problema posto da Bucharin
Nel 1972 lo storico dissidente sovietico Roy Medevedev pubblicò una storia dello stalinismo che per la prima volta riferiva dei dati credibili i quali dimostravano che i critici delle statistiche sovietiche non avevano tutti i torti e che la pianificazione era molto meno efficiente di quello che si pensasse in Occidente. Secondo Ludwig von Mises ciò dipendeva dal fatto che in URSS non esisteva una economia di mercato, ma una economia pianificata centralmente e ci rendeva impossibile la formazione di un sistema razionale dei prezzi. (L. von Mises Socialismo, Rusconi).

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Nel 1976, Medvedev pubblicò un libro in cui si chiedeva se la rivoluzione russa fosse ineluttabile (R. Medvedev La rivoluzione russa era ineluttabile? Editori Riuniti). Per questa via, Medevdev ripropose un problema sul quale la sinistra aveva lungamente discusso tra Ottocento e Novecento. In altre parole, si trattava di capire se la storia andava considerata, per usare le parole di Condorcet come la "storia dei progressi dello spirito umano" (Editori Rinuniti); ovvero, per usare le parole di Adam Fergusson, come una serie di stadi che l'umanità aveva superato passando dalla barbarie primitiva alla civiltà borghese; oppure, se essa andava considerata una " possibilità" alla Benjamin (W. Benjamin Tesi di filosofia della storia, iid Angelus Novus, Einaudi).
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Di lì a poco, esplose il fenomeno del dissenso sovietico.( R. Medevdev Il dissenso sovietico, Einaudi). L'atteggiamento della sinistra italiana fu estremamente ambiguo. Né avrebbe potuto essere diversamente. Oggi tutto ciò fa parte di un passato di cui nessuno si augura un ritorno. Nello stesso tempo, chiunque un po' di sale in zucca non può non rendersi conto che la mancanza di rigore intellettuale e morale ci sta portando verso il baratro. L'origine di questa mancanza di rigore morale risiede nel fatto che, per usare una espressione cara a Weber, nella cultura italiana non esiste il concetto luterano di beruf inteso come vocazione e/o professione.
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Nietzsche in Al di là del bene e del male definisce il Cristianesimo una religione del ressentiment. Nella predicazione di Gesù non v'era ressentiment. Gesù disse: "Date a Cesare quello che è di Cesare, date a Dio quello è di Dio". "Beati gli ultimi perché saranno i primi, beati gli assetati di giustizia perché saranno dissetati". E, soprattutto, "Ama il prossimo tuo come te sesso". Questa affermazione di Gesù mi porta alla memoria, una famosa massima di Kant contenuta in Fondazione della metafisica dei costumi. Per Kant non vi è alcun merito nell'amare i propri genitori. Gesù andò oltre e ci invitò ad amare i nostri nemici. (E. Bianchi La differenza cristiana, Einaudi)

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Lo scorso Natale sono andato a messa alle 10,30. Ho provato invece una grande tristezza. Non c'erano bambini, a dimostrazione che la città sta morendo o, per meglio dire. si è trasformata in una sorta di luna park e credo ce la miglior cosa da fare sarebbe quella di darla n gestione a qualche boss di Las Vegas.


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Albert Camus era morto nel 1957 in un incidente automobilistico. appena ricevuto il Nobel per la letteratura. Sartre lo rifiutò qualche anno dopo. Sartre aveva sempre sostenuto che Camus non capiva un accidente di filosofia e, in effetti, gli scritti teorici di Camus lasciano spesso a desiderare, come lasciano a desiderare i romanzi di Sartre. Essi sono infatti dei romanzi a tesi, scritti con la testa. Essi mancano di ispirazione. Qualcuno potrebbe ribattere che anche le Affinità elettive di Goethe, L'educazione sentimentale di Flaubert, Moby Dick di Melville. sono romanzi a tesi. I loro autori, però, a differenza di Sartre sapevano scrivere. Simone de Beauvoir scriveva molto meglio di Sartre. E' difficile parlare della morte della propria madre. In Una morte dolcissima Simone de Beauvoir riesce a portare a termine l'impresa. Dal romanzo emerge il grande rispetto intellettuale di Simone de Beauvoir per Sartre. Per lei Sartre era Sartre anche quando gli succhiava l'uccello. Meglio ancora di Sartre scriveva Françoise Sagan. Il capolavoro della Sagan è Bonjour tristesse. La Sagan indovinò il soggetto, la trama, lo stile, il titolo. Confrontato con Bonjour tristesse, anche un bel romanzo come Un po' di sole sull'acqua gelida diventa un romanzetto. André Gide avrebbe potuto diventare un moderno Balzac, ma restò prigioniero del genere che l'aveva reso famoso. L'immoralista, La porta stretta, Nutrimenti terrestri, Se il grano non muore, sono dei bei romanzi, ma sono comunque romanzi di genere.

Il più grande scrittore francese del 900 rimane, dispiace dirlo, quel fottuto nazista di Celine. La prosa di Celine ha qualcosa di unico, di speciale.
- Allez-vous-en tous ! Allez rejoindre vos régiments ! Et vivement ! qu’il gueulait.
- Où qu’il est le régiment, mon commandant ? qu’on demandait nous…
- Il est à Barbagny.
- Où que c'est Barbagny ?
- C'est par là ! »
Par là, où il montrait, il n'y avait rien que la nuit, comme partout d'ailleurs, une nuit énorme qui bouffait la route à deux pas de nous et même qu'il n'en sortait du noir qu'un petit bout de route grand comme la langue.
Allez donc le chercher son Barbagny dans la fin d'un monde ! Il aurait fallu qu'on sacrifiât pour le retrouver son Barbagny au moins un escadron tout entier ! Et encore un escadron de braves ! Et moi qui n’étais point brave et qui ne voyais pas du tout pourquoi je l'aurais été brave, j'avais évidemment encore moins envie que personne de retrouver son Barbagny, dont il nous parlait d'ailleurs lui-même absolument au hasard. C'était comme si on avait essayé en m'engueulant très fort de me donner l'envie d'aller me suicider. Ces choses-là on les a ou on ne les a pas.
De toute cette obscurité si épaisse qu'il vous semblait qu'on ne reverrait plus son bras dès qu'on l'étendait un peu plus loin que l'épaule, je ne savais qu'une chose, mais cela alors tout à fait certainement, c'est qu'elle contenait des volontés homicides énormes et sans nombre.
Cette gueule d'État-major n'avait de cesse dès le soir revenu de nous expédier au trépas et ça le prenait souvent dès le coucher du soleil. On luttait un peu avec lui à coups d'inertie, on s'obstinait à ne pas le comprendre, on s'accrochait au cantonnement pépère tant bien que mal, tant qu'on pouvait, mais enfin quand on ne voyait plus les arbres, à la fin, il fallait consentir tout de même à s’en aller mourir un peu ; le dîner du général était prêt.
Céline, Voyage au bout de la nuit, Gallimard ©

 

1- continua

giovedì 25 febbraio 2016

Perché non siamo ancora usciti dalla crisi

Caro amico,
I motivi per i quali non siamo ancora usciti dalla crisi del 2007 di cui tu mi chiedi nella tua lettera sono individuabili in una serie di interventi pubblici che invece di rimuovere le cause della crisi, hanno creato le condizioni d'una sua replica. La crisi del 2007, come tutte le crisi che l'hanno preceduta, è stata per molti una fonte di cospicui guadagni ed essi si sono guardati bene dal chiedere ai governi delle regole nuove. I governi che necessitano del sostegno del mondo della finanza per portare avanti le loro micidiali politiche neocons non avevano alcun interesse a riformare il sistema finanziario introducendo il concetto di "finanza giusta"[R. Shiller La finanza in una società giusta"; L. Zingales Manifesto capitalista, Mondadori; R. Reich Super capitalismo, Baldini & Gastoldi: Id After shock, Meltempi]
A questo motivo dobbiamo aggiungere l'esistenza di una teoria che non funziona. Soprattutto, non funziona il concetto di razionalità economica. [M Godelier Razionalità e irrazionalità dell'economia, Feltrinelli].
Secondo la teoria economica dominante, l'economia è formata da una miriade di mercati nei quali si muove una miriade di operatori economici. Ciò che consente di giungere ad un equilibrio è costituito da una serie di condizioni:
  • ogni mercato è caratterizzato da curve di domanda e di offerta perfettamente elastiche che sono espressone di funzioni continue, monotone di primo grado;
  • tali curve hanno andamenti opposti: la domanda di un bene infatti diminuisce all'aumentare del suo prezzo, mentre la sua offerta diminuisce alla diminuzione del suo prezzo.
  • Il capitale è rappresentato da una miriade di mezzi tecnici di produzione.
  • Le imprese sono di piccole dimensioni, ricevono i prezzi dal mercato (il grande Marshall evocava a questo riguardo il mercato del pesce fresco), e adeguano la loro produzione alle variazioni della domanda.
Il sistema economico così delineato non funziona laddove esistono mercati come i mercati attuali che sono controllati da poche imprese che fanno i prezzi sulla base di considerazioni che non sono solo di natura economica, ma di potere. [F. Caffè Temi e problemi di politica economica. Laterza; F. Perroux Il potere nella teoria economica, Angeli]
Inoltre, Garegnani e Sraffa evidenziarono in due saggi pubblicati entrambi nel 1960 che esisteva anche in economia un problema di ”spin dell'elettrone” [W. Heisenberg Mutamenti nelle basi della fisica, Boringhieri]. A dire: o noi determinavamo il valore dei beni costituenti il capitale o noi determinavamo il saggio del profitto, ma non si potevano determinare entrambi contemporaneamente. [P. Sylos Labini, a cura di, Prezzi relativi e distribuzione del reddito, Boringhieri].
Si trattava di una scoperta che distruggeva le fondamenta logiche della Economics e rendeva improcrastinabile un ritorno ai classici [P. Sylos Labini, Ritorno ai classici, Laterza]. Non accadde nulla di tutto questo. Passata la tempesta, tutto tornò come prima, anche in casa marxista. [F. Vianello, a cura di, Marxismo ed economia, Il dibattito su Rinascita, Marsilio].
Infine, come Sraffa nel suo saggio del 1926 sulle leggi della produttività ; e Nicholas Kaldor sulla base del saggio del 1930 di Allyng Young, dimostrarono in contesti diversi che l'ipotesi dei rendimenti decrescenti era priva di fondamento pratico [P.Sraffa Le leggi dell produttività, in G. Lunghini Valore, prezzi equilibrio generale, il Mulino; N. Kaldor Irrilevanza della teoria economica, in F. Caffè, a cura di, Autocritica dell'economista, Laterza; Id Economia senza equilibrio, a cura di F. Targetti, Il mulino, J. Robinson La seconda crisi della teoria economica, in M. D'Antonio La crisi postkeynesiana, Boringhieri].
In conclusione, se il grande Léon Walras, il padre della Economics, poteva affermare di essere liberale in economia e socialista in politica [L. Walras Teoria generale della società. Archivio Guidi], e se il fondatore del liberalismo John Stuart Mill in Alcune questioni irrisolte dell'economia politica poteva ancor porre il problema del metodo, oggi, nessuno più avverte simili necessità teoriche. Nessuno più si interessa di economia politica.

sabato 20 febbraio 2016

Ciao Umberto

ECODESTINO


Ad Umberto Eco toccò il destino di tutti quegli italiani, che come disse una volta Franco Fortini, un grande dimenticato, hanno il difetto scrivere di cose intelligenti, ma difficili. Stefano Terra sapeva scrivere. Terra fu il nostro Joyce. Orcynus Orca fu il nostro Ulysses. Camilleri non sa scrivere.  Il suo commissario Montalbano non capisce una minchia. Minchia per un siciliano è come belin per un genovese e 'sto casso per un veneto, ciula , bamba per  un milanese. La variante siculo-campana dell'italiano testa di cazzo ( 'sta fungiazza e minchia, è di una dolcezza pur nella sua ruvidezza da uguagliare l'icasticità di "fessa e sorreta", mentre il modo più soave di chiamare la figa: passera, topa, l'ho trovato nella terra di De Mita: "a uallalla".

Umberto Eco era uno scrittore colto. Egli proveniva alla semiologia Scrisse opere fondamentali come La struttura assente, Opera aperta, Trattato generale di semeiotica, Lector in fabula. I suoi libri, malgrado la loro importanza non venivano letti. Eco era uno studioso del calibro di Jacobson, Barthes, Foucault, Lotman. Il suo libro di maggior successo prima di Il nome della rosa, fu Apocalittici e integrati. Ciò accadde per via del titolo che era certamente indovinato.
Gli italiani non amano leggere. Leggere costa fatica perché fa pensare. Quando scrissi Marxismo vs femminismo. La forma-pensiero femminile, persi tre chili. Tre chili di merda ideologica che avevo lascato nel cesso del mio editore.
Ciao Umberto. Forse dove ti trovi ora ti potrai divertire a spiegare le lontane radici culturali dei versi che il vecchio Sam canta in Casablanca: Il tempo se ne va, mai più ritornerà, i quali risalgono addirittura al "never more" di Poe.

mercoledì 10 febbraio 2016

Dolore e civiltà

Nel saggio Del sentimento tragico della vita, Miguel de Unamuno scrisse che la coscienza di sé dell'uomo ha origine nel dolore. In altre parole, prima di essere un "animale razionale" e un "animale politico", l'uomo è un animale che soffre. Qualcuno potrebbe ribattere che tutti gli animali soffrono e la loro sofferenza è, come quella dell'uomo, sia fisica che psichica. La cagna di una mia amica, ha uno strizzacervelli junghiano. Ora, sia chiaro, io non ho nulla contro cani e gatti. In casa abbiamo sempre avuto dei gatti e li abbiamo sempre trattati da gatti; non avrei mai portato la nostra gatta dallo strizza cervelli. Per me si tratta di soldi gettati al vento. La psicanalisi non funziona neanche per gli uomini. Immaginiamoci per gli animali. Del resto, era stato lo stesso Freud in un dei suoi ultimi lavori a sostenere che è impossibile stabilire se e quando un paziente è guarito. Cosa accade infatti se uno smette di sognare lupi e comincia a sognare gatti? Mi viene in mente Bartali: "E tutto sbagliato,è tutto da rifare".


L'inghippo nasce dal fatto che Freud volle trasformare in scienza una disciplina che non poteva diventare scienza. Occupandosi di inconscio, essa si occupa di una materia che sfugge a qualunque catalogazione scientifica. Qualcuno potrebbe ribattere che tutti gli esseri viventi soffrono. Mia madre era convinta che le piante avessero il senso e parlava alla sue piante.


La differenza fra l'uomo e gli altri animali, non parlo di gerani e di ortensie, sta comunque nel fatto che l'uomo è un "animale simbolico e possiede un linguaggio che è certamente più evoluto di quello di una scimmia. Ciò gli ha consentito di sviluppare la propria mente e di elevarsi al di sopra di tutti gli altri animali e di andare " oltre la natura".


Il fatto che il nostro genoma, come notò Luigi Cavalli Sforza, sia simile a quello di una scimmia non significa un accidente. L'uomo ha sviluppato un Mondo 3 per usare una definizione di Karl Popper che non ha nulla in comune con il Mondo3 di una scimmia antropomorfa. Per Mondo 3 intendiamo il mondo del mito, della poesia, della religione, dell'arte, della musica, della scienza, della filosofia.


Questo fatto ci pone enormi responsabilità. Lo svilupppo enorme del Mondo 3 di Popper, ha svilipppato in modo altrettanto enorme quello che Jonas ha chiamato il "potere causativo" delle nostre azioni. Noi siamo in grado di distrugggere il Creato, prima che lo faccia una grande "deflazione cosmica".

Ero un ragazzino, quando mi posi il problema affsascinante del futuro dell'universo. Il tramite fu il libro, allora fresco di stampa, di George Gamow Uno due tre infinito. Gamow parlava della teoria del Big Bang. Da allora son trascorsi quasi sessant'anni. Le nostrre conoscenze del mondo in cui viviamo son aumentate enormemente. Questo fatto invece di aiutarci a rispondere alle domande di sempre - Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? - ci ha creato delle ulteriori difficoltà che la scienza non è in grado di superare.


Per la scienza è vero ciò che può essere dimostrato falso. Il sapere scientifico è un "sapere senza fondamenti e, per dirla con Garganii. Esso si basa infatti su ipotesi. Le quali devono sostenere i test della sperimentazione. Essa però non aumenta la nostra conoscenza del fenomeno che stiamo studiando. L'invenzione del metodo sperimentale rivoluzionò la nostra conoscenza del mondo. Galileo immginava che il mondo esterno fosse paragonabile ad un grande libro scritto in linguggio matematico. In realtà, come Heisenberg spiegò con grande chiarezza, il ricercatore non si trova in posizione neutrale rispetto a ciò che costituisce l'oggetto del suo studio, ma ciò che egli studia è l'immagine che egli si è creata dell'oggetto del suo studio.


Per dirla in estrema sintesi viviamo in un mondo di rappresentazioni. Il neoliberismo è una di queste rapresentazioni. Il dolore non è rappresentazione ma realtà che unisce e rende simili tutti gli esseri viventi.


mercoledì 3 febbraio 2016

La mente prigioniera

Alberto  Madricardo

“Ketman: l’arte della riserva interiore”

L’Autore Czesław Miłosz, in “La mente prigioniera descrive la discrepanza tra verità pubblica e verità privata nei paesi del socialismo reale ricorrendo ad un concetto – quello di Ketman – preso dalla civiltà islamica.
Il problema della “doppia verità” si pone fino dai primi secoli dell’Islam, da quando gli Arabi, venuti in contatto grazie alle loro conquiste con l’eredità della civiltà ellenica, tentarono di trovare una sistemazione del rapporto tra fede e ragione. Filosofi come Al Fahrabi, Averroè, Maimonide, ecc. si impegnarono ad approfondire il rapporto tra fede e ragione. Questo tentativo ebbe eco anche in Occidente, dove nell’età della fioritura della filosofia scolastica ebbe una certa diffusione l’averroismo, una tendenza del pensiero europeo condannata dalla Chiesa.
Posizioni sociali di intellettuali che ricordano il Ketman sono frequenti anche nella nostra storia. Sia nel Medio Evo, sia in età post rinascimentale, nel secolo del “Libertinismo”, ma anche più tardi, forse anche durante il maccartismo negli Stati Uniti.
Si può dire che qualche aspetto del Ketman si può ritrovare in qualsiasi società e comunque anche in ambienti in cui gli individui più attivi e critici sentono di dover difendersi dal conformismo dominante.
Utilizzando la categoria del Ketman, l’autore del saggio analizza i diversi modi di porsi dei soggetti sociali specificamente nella società socialista dominata da una verità presentata come “la nuova fede”.
Il Ketman è insomma l’autocoscienza riflessiva che si distacca dall’immediata adesione alle verità comunemente condivise. E’ possibile che si sviluppi quindi solo in persone di una certa cultura.  
L’Autore compie un’analisi interessante dei diversi tipi umani in una società – come quella socialista - che vuole essere completamente “artificiale”, cioè ricreata razionalmente da quella naturale, in modo che alla “storia naturale dell’uomo”, faccia seguito “la storia umana dell’uomo”.  
Il socialismo reale, per questo suo carattere di esperimento radicale sull’uomo, ha prodotto dati di estremo interesse, ancora in gran parte da analizzare.  E’ stato un laboratorio straordinario in cui l’umanità ha cercato di trasformare se stessa, liberandosi dalle proprie alienazioni, con una forza e determinazione che si può dire non hanno precedenti. La novità, rispetto ai tentativi precedenti  di “riforma” dell’uomo, è che nel socialismo non si agisce solo direttamente  sulle coscienze, ma anche si tende a mutarle indirettamente, modificando il contesto economico e sociale in cui esse si formano.
Marx aveva affermato – sulla scorta di una linea di pensiero che va Socrate a Schiller – che l’alienazione degli individui deriva dalla loro appartenenza ad un tipo di società in cui domina la divisione del lavoro. L’alienazione è tanto più avanzata quanto più la società è sviluppata. La società per l’individuo è come una grande macchina di cui egli si trova ad essere un ingranaggio, senza avere, se non è in una posizione privilegiata di esercizio del potere, una visione del tutto inadeguata (anche il sociologo o l’economista, che studiano le grandi dinamiche sociali, non apprendono di esse che ciò che è reso possibile dal punto di vista della loro disciplina, hanno della società un sapere “astratto”, non nel senso vichiano del verum -factum).
Ora, il socialismo dovrebbe essere il sistema che tende a “ricomporre” l’integrità dell’uomo da tutte le infinite parti in cui la divisione del lavoro lo ha scomposto, a causa della quale  è alienato.
Cosa succede invece? Che gli uomini assoggettati ad un potere totale estraneo (quello del partito, o come lo chiama Miłosz, “della Centrale”),  privati anche della possibilità di avere, grazie alla proprietà privata,  una compensazione al fatto di sentirsi vivere in un mondo estraniato, reagiscono ritirandosi all’interno di se stessi e scavando delle nicchie esclusive nelle loro anime, dove possono sentirsi completamente a loro agio. Il Ketman è una specie di “proprietà privata”, non di una cosa (di un oggetto fisico), ma di un sapere, di un modo di essere, insomma di un’identità, da cui “gli altri”, quelli che non fanno parte del gruppo professionale, culturale, ecc. sono esclusi.
La proprietà privata di ciascuno (lo “jus utendi et abutendi”) definisce il perimetro della sua libertà. Essa si erige contro l’alienazione del resto del mondo: ha un senso come compensazione parziale (alibi) della espropriazione di tutto il resto. Ma è per il fatto che possediamo esclusivamente qualcosa che ci accorgiamo che non possediamo, che siamo espropriati dal resto del mondo (molto utile a questo proposito il bel saggio di Roger Caillois dal titolo “I tesori segreti”, dedicato alla formazione del senso di proprietà esclusiva nei bambini). Insomma è l’esperienza reale esclusivo con le cose che possediamo che ci fa sentire estraneo il resto del mondo e nascere in noi l’esigenza di un rapporto “disalienato” con esso: dentro il recinto del nostro giardino ci prepariamo ad andare fuori, nella grande foresta. Essendo signori esclusivi di quello, ci sentiamo esclusi da questo.
Allo stesso modo, come si è detto, è la divisione del lavoro sempre più spinta ad essere il motore della esigenza di socialità. Poiché questa socialità non esiste se non come esigenza, la si pone nel passato lontano. La si pone in una mitica età dell’oro, che non c’è veramente mai stata, e che sarebbe stata distrutta dal capitalismo.
Come si sa, le “età dell’oro” sono creazioni fantastiche delle età di decadenza. Ma queste creazioni possono essere non solo fantasticherie sdolcinate.
Possono essere qualcosa di più: la nausea per la decadenza può spingere il pensiero, per  contraccolpo alla situazione di fatto, al di là della mera compensazione fantastica di una realtà insoddisfacente, a prefigurare per il destino umano qualcosa di nuovo:

“fuggendo, a nuovo cammin il fuggir volge”

Insomma, non è detto che una reazione sia solamente reattiva.  Come un’esperienza di esclusività (la proprietà privata) richiama un’idea nuova ed inedita di socialità, così un’idea di socialità imposta può promuovere e alimentare un bisogno più profondo di esclusività, di “interiorità”.  
Il soggetto storico (il Ketman per eccellenza) sull’onda dell’indignazione profonda suscitata nell’umanità da un secolo e mezzo di orrori provocati dallo sviluppo capitalistico e dall’imposizione forzata di una sempre più spinta  divisione del lavoro (quando si condannano gli orrori della collettivizzazione e dell’industrializzazione forzata staliniana, non si dovrebbero mai dimenticare quelli che nel corso dell’Ottocento hanno accompagnato, nell’Europa occidentale e oggi ancora nei paesi in via di sviluppo, la cosiddetta “accumulazione primitiva”. L’unica differenza tra quelli dell’URSS e quelli avvenuti nel mondo capitalistico è che i primi sono stati provocati da un “soggetto storico” come tale imputabile, mentre i secondi da un impersonale “sistema”, non imputabile, di cui i vari soggetti politici – imputabili solo parzialmente -  sono stati solo i facilitatori).   
Nell’URSS - dove “il sistema” era arretrato - si è cercato di forzare la mano alla storia, di accentuare vertiginosamente la divisione del lavoro (quindi l’alienazione) e allo stesso tempo di agire per eliminarla attraverso l’imposizione di una socialità forzata (abolizione della proprietà privata). Ma è come obbligare qualcuno ad essere felice.  L’obbligazione – sia pure ad essere felici – è di per sé causa di infelicità. Può essere utile qui ricorrere alla teoria del doppio legame (double bind) di Gregory Bateson.  
A questa socialità forzata – e quindi formale -  ciascun individuo sopravvive creandosi per contraccolpo un suo spazio “privato”, cioè esclusivo (fisico o mentale che sia) che egli elabora e a cui dà una propria forma. La sua interiorità, insomma, nasce per reazione, è esclusiva e antisociale. Non è solo un frammento di una realtà sociale che la divisione del lavoro ha frantumato e che si tratta di rincollare come si fa con un vaso andato in pezzi: i pezzi non si combinano solo mettendoli insieme. Ciascuno ha fatto in modo di darsi una forma che non sia conciliabile e non combaci con nessun altra.   
I “tasselli” del puzzle sociale: lo scienziato, il filosofo, l’artista, il professionista, ecc.   hanno sviluppato una loro incompatibilità reciproca difensiva (antisociale) che si è via via indurita.
La Rivoluzione d’Ottobre ha avuto due fasi: una breve, durata pochissimi anni, in cui è stata tentata l’esperienza quasi subito fallita della democrazia consiliare (tutto il potere ai soviet). L’altra, ben più lunga, durata in pratica fino alla fine dell’esperienza socialista, in cui il potere è stato assunto dal partito.
Il partito entra in campo come deus ex machina nel momento in cui è ormai chiaro che la rivoluzione dei consigli è fallita e con essa il tentativo di far governare direttamente la massa degli individui così come si trovano ad essere, ciascuno con la mentalità formata  dalla divisione sociale del lavoro nel precedente regime in cui il capitalismo era ancora fortemente inviluppato da un contesto ancora feudale.
La speranza che i soviet formati da gente qualsiasi possano governare può essere paragonata a quella che buttando tutti insieme su un tavolo i tasselli di un puzzle, ciascuno vada miracolosamente al suo posto e ne appaia d’un tratto la figura.    
Una follia! Ma che ha un suo senso. E’ come oggettivare un pensiero, rendere visibile a tutti uno scopo. Come mostrare la vetta su cui si vuole arrivare, prima di cominciare a cercare i tortuosi sentieri grazie ai quali raggiungerla.   
Si è detto: governi il popolo (tutto il potere ai soviet!). Questa è la meta. Stabiliamo il punto di arrivo e poi vediamo come arrivarci. Dal momento che – ovviamente - il popolo dimostra di non saper trovare da sé i sentieri giusti,   e il potere dei soviet fallisce, sembra che ci voglia una guida che lo conduca verso la vetta, un soggetto esperto operante in suo nome, a curare il bene pubblico in sua vece. Così il nuovo motto è: tutto il potere al partito.
Il partito è legittimato dal fatto di essere il depositario della ragione (e la ragione è la facoltà che definisce l’interesse universale). Il partito è il traduttore universale dei linguaggi privati che gli uomini si sono creati nella Babele di alienazione in cui la divisione del lavoro li ha ridotti. Non deve solo eliminare questi linguaggi e restaurare il linguaggio comune degli uomini. Un linguaggio comune essi non lo hanno mai avuto e perciò non può essere restaurato. Può solo essere inventato, creato ex novo.  
L’idea di un linguaggio comune dell’umanità e di un comune possesso del mondo è appunto solo un’idea, un’esigenza formale nata per reazione all’esistenza dei linguaggi privati creati effettivamente dalla divisione del lavoro. A questa esigenza non si risponde costruendo un linguaggio artificiale come l’esperanto, risultato della somma dei diversi linguaggi privati, né facendo semplicemente piazza pulita di essi.  
Gli uomini, più vivono in società, più cooperano tra di loro, più scoprono di non capirsi: le tendenze esclusiviste antisociali nascono dalla socializzazione.
Non è mai esistita una mitica età dell’oro in cui tutti si comprendevano: nell’orda primordiale non c’è alcuna comprensione reciproca. E’ nella società – grazie alla divisione del lavoro – che non ci capiamo e dunque cominciamo a sentire il bisogno di capirci.
Se nella società avanzata ciascuno sente il bisogno di essere libero, cioè di gestire direttamente la sua vita, non è in quanto prima, nella società più arretrata o nel branco selvaggio, ciascun individuo fosse libero e padrone di se stesso o perché esistesse persino la nozione di libertà. La “libertà” è solo la forma ideale negativa dell’alienazione reale vissuta dall’uomo sociale, inserito nella divisione del lavoro.  Chi sente bisogno di parlare continuamente di libertà è l’uomo alienato.  
Gli uomini alienati che anelano alla disalienazione, lo fanno fatalmente in modo alienato. Poiché il popolo è incapace di autogovernarsi a causa della condizione alienata in cui si trova, il partito prende su di sé il compito di surrogarlo come soggetto storico.
Nella società alienata – cioè nella società reale creata dalla divisione del lavoro - ciascuno riveste un ruolo particolare e vive perciò entro una sua nicchia. Questo fa sì che si faccia sentire fortemente una tendenza spontaneamente centrifuga, dissolvitrice che minaccia fatalmente ogni comunità. C’è bisogno di un “correttivo” coesivo, un contrappeso, che imponga la ragione del tutto sociale su quelle delle parti. Tale correttivo è il potere politico (lo stato), il quale - come dice Hanna Arendt – crea sempre comunità.  Questo non vuol dire che il potere non sia legato, e anzi, non sia espressione d’interessi particolari. Vuol dire solo che questi interessi particolari dominanti assumono la veste di interessi generali.
Per quanto il principio dell’individualismo o “egoismo” appaia disgregatore della società, nulla dipende più di esso dall’esistenza di una società, al modo che nessuno più del ladro ha interesse che nella società in cui opera viga l’onestà.    
In realtà è in larga parte il potere – ma per lo più nelle società non avanzate - che ha bisogno, per legittimarsi, di far vedere di essere il baluardo (il protettore) della coesione sociale.
Nelle società in cui la divisione del lavoro è molto avanzata questa enfatizzazione paternalistica è meno necessaria.  Il potere resta il protettore di ultima istanza contro i grandi rischi che minacciano la società (attacco di potenza straniera, catastrofi naturali, depressione economica, terrorismo, ecc.), ma l’individuo è inserito così profondamente nella logica della divisione del lavoro, che per lo più fa spontaneamente la parte che gli è stata assegnata. Come dice Kafka: “l’animale strappa di mano la frusta al domatore e si frusta da sé”.  
Egli è disciplinato non per virtù, ma per abitudine. Per voler manifestare in modo davvero clamoroso il suo “egoismo antisociale” (non quello economico: per quello è anzi considerato in una società capitalista benemerito della società) deve essere – come si dice – andato fuori di testa. Allora compie atti fortemente violenti che devono essere molto eclatanti, come sparare da un palazzo sui passanti o suicidarsi schiantandosi con un aereo con centinaia di passeggeri a bordo. Questo dimostra – tra l’altro - che anche queste dimostrazioni di odio antisociale nascono in fondo da impulsi profondamente sociali (essere visti da tutti).  
Questi gesti di vera e propria insurrezione individuale contro la società suscitano – ove possibile – la repressione violenta da parte del potere (dello stato). Ma siccome queste cose non accadono proprio ogni momento, esso, avendo a che fare con un popolo più ammaestrato al rispetto delle regole, appare mediamente meno violento di quanto potesse apparire anche uno o due secoli fa.
Finora ho parlato genericamente di “potere”, ma ora è il momento che faccia una distinzione all’interno del suo concetto. Ci sono due tipi di potere: il potere “soggettivo” e quello “oggettivo”.
Il primo costruisce la sua macchina, il secondo si limita a guidarla. Il primo è – diciamo così – soggettivo: formatore, demiurgo. Crea ed impone sistemi di relazioni. Il secondo è oggettivo,   regolatore di un sistema di relazioni già in atto.
Mano a mano che la divisione del lavoro si rafforza e si articola e la società assomiglia sempre più ad una grande macchina, la tendenza è quella di avere un potere in prevalenza del secondo tipo. La politica, da “regina”, passa gradualmente al rango di chauffeur del sistema. Un ruolo importante, anzi fondamentale, tuttavia limitato. E’ il potere del capostazione che alza la paletta e – si dice - “fa partire i treni”. Ma in realtà ne regola solo gli orari.
Ad un certo punto il “sistema” della divisione mondiale del lavoro, per una serie di ragioni contingenti, è stato lacerato in un punto: la Russia durante la prima guerra mondiale. In quel punto e in quel momento l’organizzazione sociale con i suoi meccanismi ripetitivi sono andati in frantumi, lasciando un vuoto.
Gli automatismi macchinali dell’autorità e dei comportamenti sociali consolidati sono stati profondamente compromessi ed è stata proclamata la necessità di costruire dalle sue basi una nuova macchina sociale.  
Per questo era necessario – ovviamente – un potere del primo tipo: demiurgo, altamente soggettivo, fondativo di una nuove regole e di una nuova socialità.
Questo soggetto politico, eccezionale protagonista dello stato di eccezione, incarnazione ed emblema della storia evenemenziale, riduce fin quasi ad eliminarlo lo spessore abitudinario (oggettivo, di longue durée) della vita collettiva, mentre tutta la società come tale, rigenerandosi dalle sue radici, si fa evento.
In quel momento in cui l’unicità dell’evento prevale sulla ripetitività, l’ora sul sempre, si ha la rivoluzione.
La rivoluzione intende nientemeno che rovesciare la tendenza alla divisione del lavoro incarnata dal capitalismo, eliminare la macchinalità alienata della vita sociale ad essa connessa, senza commettere l’ingenuità di voler tornare ad una mitica origine. Anzi, mira ad una uscita in avanti dal capitalismo, dato che – si ritiene - questo sistema sta sempre più mettendo in contraddizione le sue premesse con i suoi risultati: accentua la divisione del lavoro ed aggrava l’alienazione, ma così fa sorgere per reazione un bisogno sempre più intenso di “disalienazione”.
La sfida è di andare contemporaneamente in due sensi contrari: mantenere e sviluppare la potenza produttiva del capitalismo (dato che la Russia in cui la rivoluzione sta avvenendo è arretrata ed esiste ancora il comunitarismo rurale di origine feudale), accentuando la  divisione del lavoro e rinviando ad un secondo momento  l’eliminazione dell’alienazione che questo produce. Eliminare allo stesso tempo – in controtendenza – quella che si considera erroneamente la causa – e non, come effettivamente è, l’effetto della divisione del lavoro: la proprietà privata. Ma è come se, per non far piovere, si abolissero gli ombrelli!
Comunque sia, da una parte si segue il binario già tracciato dalla storia, verso lo sviluppo e la divisione del lavoro, dall’altro si pretende di abolire le conseguenze di questa: la proprietà privata.
Per compiere questa torsione titanica ci voleva un “potere soggetto”, un potere demiurgo di proporzioni inaudite, che avrebbe dovuto essere il popolo divenuto d’incanto soggetto (ma così si da come presupposto quello che invece è posto anche come fine: la disalienazione del popolo). Questo però, in quanto realmente alienato, come si è detto, si manifesta – almeno temporaneamente – inadatto.
E’ allora che il partito (“la Centrale”, come dice Czesław Miłosz) prende nelle sue mani la regia dell’impresa.
Solo che anche il partito non ha le idee del tutto chiare.  Soprattutto non ha chiaro quanto sia complessa l’impresa a cui si accinge. Errore madornale è pensare che l’alienazione possa essere eliminata nei sui effetti (la proprietà privata) mentre se ne incrementano le cause (la divisione del lavoro).
All’origine di questa assurdità c’è una affermazione approssimativa di Marx ed Engels secondo i quali: “Divisione del lavoro e proprietà privata sono espressioni identiche”.   In realtà sembra che la divisione del lavoro preceda, almeno logicamente, la proprietà privata e non sia quindi la stessa cosa della proprietà privata (la causa non è lo stesso dell’effetto).  Se il partito incrementa la divisione del lavoro e contemporaneamente abolisce la proprietà privata, abbiamo non l’eliminazione, ma il sommarsi di alienazione ad alienazione – a quella prodotta dallo sviluppo della divisione del lavoro si aggiunge quella della alienazione degli individui dalla loro proprietà. Abbiamo così una inedita alienazione al quadrato, che preme in modo abnorme sugli individui che pure per lo più in linea di principio  riconoscono il valore di un esperimento di così grandi  proporzioni condotto in nome dell’umanità, essendo anche spesso disposti a compiere personalmente grandi sacrifici.
Il vincolo “schizofrenico” tra lo sviluppo della divisione del lavoro e l’abolizione della proprietà privata crea le condizioni oggettive che favoriscono il sorgere del Ketman come strategia di autodifesa soggettiva.
Socialmente alienati, senza la possibilità di rifarsi in qualche modo grazie al godimento della proprietà privata e alla sua consolazione illusoria di essere almeno padroni in casa propria, agli individui non resta che ritirarsi nella loro interiorità, mentre come un bambino impaziente che mette insieme a forza ai tasselli del puzzle con cui gioca senza cercare di farli combaciare secondo le loro forme, il partito accentua a dismisura l’alienazione sia sociale che individuale. Non ha tempo per occuparsi delle sottili mediazioni sociali che conducono fino agli individui. Tratta la materia sociale all’ingrosso, con schemi la cui applicazione è tanto più violenta quanto più sono semplicisti.  
Non è solo per incapacità, per rozzezza, per fanatismo acritico, per paura di trovarsi troppo debole di fronte al nemico di classe e alla reazione mondiale, non è solo perché è convinto che per operare hegelianamente come “levatrice della storia” deve usare il suo necessario forcipe – il  Terrore –  che il partito agisce in questo modo contro le “resistenze accidentali”,  spazzandole via senza pietà.    
La sua legittimazione principale ad esercitare un potere incondizionato esso la riceve dal fatto che l’esperienza del potere al popolo è fallita e che esso è chiamato a surrogare il popolo. Per questo ha una delusione, un lutto non elaborato nel suo cuore: una riserva tanto profonda quanto più rimasta implicita.
Lo stalinismo nasce da qui: dalla delusione per un’esperienza di democrazia diretta fallita e dalla riserva a cui essa  ha dato luogo.  E’ dissociato il “popolo” idealmente inteso, soggetto luminoso della storia e depositario di ogni legittimità, nel nome e per conto del quale il partito agisce,  e quello reale, le masse in carne ed ossa misere, egoiste, incoscienti con cui esso ha ogni giorno a che fare.
Forse Miłosz si è dimenticato di analizzare il primo e il più importante dei Ketman: quello della politica (incarnata dalla “Centrale”), della riserva che i dirigenti politici del partito impongono alla loro anima per cui, mentre esaltano il popolo ideale, soggetto della storia, diffidano, disprezzano e reprimono la passività di quello reale.
Il partito surroga il popolo, ha un potere illimitato, ma non può che arrendersi se il popolo  reale si alza su tutto insieme come un’onda e anche per un solo momento torna soggetto.
Poiché la delusione non tematizzata, non analizzate e discussa, lo ha definitivamente separato dal popolo, creandosi egli un suo “Ketman”. Poiché non intende rinunciare in alcun modo al potere che ha assunto, deve impedire che un popolo “alienato al quadrato” si sollevi. Per  mantenerlo passivo impedire che si unifichi, deve tenerlo diviso.
Il partito così pratica la politica sistematica del patto corporativo. Il patto corporativo è un patto stipulato tra il potere politico e una parte della società, a vantaggio dei due contraenti e a svantaggio della società nel suo insieme.
Agli scienziati concede come privilegio esclusivo i finanziamenti per le loro ricerche, agli scrittori di pubblicare, agli artisti di esporre, ecc. Purché restino nella loro cerchia, vivano nel loro mondo separato, lasciando al partito il compito della mediazione con il resto della società.  
Ai lavoratori delle fabbriche – anche con questi, per quanto siano una classe numerosa -  c’è un patto corporativo che fino ad un certo punto funziona – si concede di lavorare poco in cambio di poco, anche se questo vuol dire privare la società di una parte dei beni di cui avrebbe bisogno per svilupparsi.   
Questa politica dei patti corporativi con le categorie sociali non le avvicina affatto alla loro reciproca comprensione, anzi, le aliena ancora di più favorendo la loro chiusura  sospettosa contro le altre.  L’obiettivo della disalienazione generale non si avvicina, ma anzi – nonostante o anche a causa dell’abolizione della proprietà privata – addirittura si allontana sempre più.  
Perché il partito fa così? Perché a causa del  “Ketman”, della sua riserva interiore che ha fatto nascere dentro di lui, è diventato esso stesso una parte che si sente diversa dalle altre, una corporazione che persegue il proprio interesse particolare a scapito di quello generale. E’ formalmente agente per conto del popolo, ma questo per conto è sempre più formale e falso. Poiché non ha analizzato seriamente, cioè pubblicamente, le ragioni di questo fallimento, non saprebbe come restituire al popolo il potere che si è assunto e nemmeno si pone il problema.  Todor Živkov, segretario del partito comunista bulgaro, in un’intervista rilasciata negli anni ’90 confessò candidamente che la mente politica del blocco sovietico - la “Centrale”, per dirla con Miłosz - non sapeva che fare fin dagli anni ’60.  
La riqualificazione della relazione sociale, nel senso di far crescere la capacità della società civile di autoregolarsi sempre più, la messa sempre più in comunicazione  diretta tra di loro delle diverse parti sociali in modo da consentire che ciascuna potesse sgravarsi almeno un po’ dalla propria riserva interiore - dal suo “Ketman” - ridurre gradualmente la necessità dell’esistenza di un potere “terzo” tra soggetti in rapporto tra loro, in una prospettiva di assunzione crescente di responsabilità - e quindi di disalienazione concreta delle parti sociali, era del tutto fuori dell’orizzonte di quella mente, ormai abituata ad enfatizzare il ruolo demiurgico – mediatore del soggetto politico e a praticare sistematicamente per mantenerlo il “patto corporativo”.  
Così, non solo la meta della disalienazione sociale – scopo ultimo della Rivoluzione - era stato abbandonata, ma addirittura veniva perseguita dal partito quella opposta: dell’aumento della incomunicabilità sociale – dell’esclusività e dell’alienazione al quadrato – della passivizzazione del popolo, allo scopo di rendere sempre più indispensabile il ruolo del partito stesso, ormai divenuto soggetto autoreferenziale.
I quadri del partito, secondo una dinamica che partendo dai vertici si comunica via via verso la base, una volta assaggiate le grandi o piccole dolcezze del potere non sono per lo più – contro Platone e Lenin – costituiti da “filosofi”: non si gratificano nella  contemplazione condivisa dell’universalità, ma nel piacere esclusivo - alienato del comando e dei privilegi.
E’ evidente che questa dinamica di frantumazione corporativa della società non poteva che portare sempre più verso la dissoluzione sociale. Questo processo di divaricazione e dissociazione sociale (atomizzazione) avviene dappertutto e soprattutto nei paesi capitalisti. Ma in questi la legittimazione del potere è data esplicitamente dalla capacità di esso di garantire ai loro cittadini una sempre più larga possibilità di godimento esclusivo.  L’alienazione, l’esclusivismo sociale, può essere sentito come un valore – come libertà - se può essere percepito non come un vuoto immobile intorno all’individuo, ma come un aprirsi crescente intorno a lui di spazi più larghi di possibilità che possono essere realizzate grazie alla disponibilità di mezzi sempre più grande: l’archetipo dell’“arrivato” nel mondo capitalistico” - il miliardario - prende uno yacht (simbolo fisico del Ketman) e gira il mondo con una esclusiva compagnia di amici, riprendendo l’ideale  esclusivista della corte rinascimentale.
Ma se il capitalismo asseconda all’infinito l’alienazione sociale generata dalla divisione del lavoro, e questa è anzi la sua natura e la base della sua legittimazione, il partito comunista che detiene il potere in un paese socialista si legittima grazie al riferimento al popolo ideale. Questo riferimento, per quanto possa essere formale è il fondamento reale della sua legittimità. Deve perciò prima o poi dimostrare che la realtà non è del tutto altra dalle parole.  
Certo, le condizioni storiche sono complicate, il cammino è tortuoso e si può tollerare una certa discrepanza tra ideale e reale. Per andare a Roma, possiamo essere costretti in qualche momento a dare l’impressione di puntare su Milano. Ma ad un certo punto si dovrà ben cominciare a vedere quale è la vera direzione che si sta seguendo.  
Mentre il potere borghese può limitarsi ad indicare mete di sempre maggiore benessere (di sempre maggiore esclusivismo) in un futuro indeterminato, e può essere scosso solo da una profonda, prolungata depressione economica, dopo la rivoluzione non si può divagare troppo. Non può soddisfare una generica prospettiva di progresso, ma solo un adempimento a tempo dello scopo – la disalienazione, la trasformazione del popolo in soggetto - che la rivoluzione si è posta.
Il tempo della rivoluzione è “tempo che resta”, tempo escatologico. Essa non ha, insomma, a disposizione un tempo infinito: è figlia di un deragliamento, di uno “stato d’eccezione” della storia. Può utilizzare una finestra temporale limitata per mettere l’umanità su un altro binario. E’ come un medico che deve operare sulla ferita prima che si cicatrizzi.  
La strategia dei patti corporativi e della moltiplicazione dei privilegi e delle esclusività può allontanare la resa dei conti,  ma non per sempre. Ci sarà prima o poi un momento in cui il soggetto storico titolare, il popolo, chiederà conto al suo supplente, il partito.  
Allora la realtà sarà accostata direttamente all’idealità e questa non potrà reggere al confronto. Non ci sarà bisogno di dispute e di discussioni. Basterà un’unica, fatidica frase: “Wir sind das Volk” pronunciata nelle manifestazioni popolari nella D.D.R. alla fine degli anni Ottanta, e il Ketman della politica svanirà come un sogno al mattino.
Con ciò il tempo della rivoluzione è finito. La cicatrice è chiusa: la nostra storia resta dentro Babele.   
Il popolo ha buttato giù la “Centrale”, e per un momento ha finalmente agito: è stato soggetto. Ha detto no alla menzogna della disalienazione, ma ha detto sì all’alienazione.  E’ entrato nel regno dell’economia, dove dall’alienazione si fugge correndo verso altre alienazioni.  Non ci sono più finalità universali, non c‘è più storia,  ma  un sistema autopotenziantesi che procede macchinalmente all’infinito.  
Il capitalismo non ha effettivamente alcuna Centrale. Ha delle sue politiche, ha una sua soggettività esclusiva (un suo Ketman), ma ancillare, ridotta alle funzioni di governance, di coordinatrice al servizio del “potere oggettivo” del sistema.
Il capitalismo elimina qualsiasi soggetto della storia e toglie ogni finalità storica all’umanità. Trasforma il tempo in un monotono processo di accumulazione macchinale senza scopo e senza fine, in cui gli individui si allontanano sempre più nel loro esclusivismo gli uni dagli altri.
Questo sistema realizzerebbe l’alienazione perfetta e definitiva (per dirla con Nietzsche: “un solo gregge, nessun pastore”) se non restasse un problema: il capitalismo, che ama la stabilità della redita e la quiete del suo godimento, che riduce tutto alla monotonia e alla ripetitività della macchina, nella monotonia muore. Vive di momenti unici, di shock e di scosse adrenaliniche provocate dai grandi scompensi, delle euforie delle occasioni irripetibili, di frenetiche corse all’oro verso nuovi Eldorado. Ogni quieta stabilità per lui è una catastrofe.
Possiamo stare certi che non permetterà che il popolo, infine rassegnato all’alienazione, si assopisca. Lo opprimerà di nuovo, gli toglierà la libertà perché si crei di nuovo un suo Ketman di opposizione e si ribelli. Tormenterà il popolo senza sosta, anche a costo di organizzare scenari apocalittici. Lo ha già fatto e lo rifarà. Non è per malvagità che fa questo: vi è costretto. Ha afferrato come non mai prima era accaduto all’uomo il brivido elementare  della vita e non può più farne a meno. E’ il capitano Achab che ha arpionato la balena. Non la sa domare, ma non la lascia andare: piuttosto che perderla preferisce essere trascinato insieme a lei negli abissi.